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venerdì 2 marzo 2018

Le tre madri



                                               ***Racconto per il Plenilunio di Marzo***



Era tempo da neve, sembrava addirittura che il vento volesse sputarmi in faccia un vomito violento di ghiaccio quella notte. Ciononostante, tenevo il passo svelto sul sentiero illudendomi di potermi riscaldare almeno un poco con il movimento, quel minimo che mi desse un barlume di conforto, ma non c'era verso.
Il regno dell'inverno non contempla calore alcuno.
Temetti di essermi persa a un certo punto: era tanto che camminavo, mi sentivo disorientata e non riuscivo a scorgere i segnali della buona direzione.
Così alzai lo sguardo alle stelle per cercare la rotta ma la notte era oscura e nuvolosa.
Nemmeno la luna si poteva contemplare anche se la sapevo, e sentivo, essere piena.
Il non vederla mi angustiava.

Sentii lo scalpiccio di alcuni passi dietro di me e un brivido mi attraversò;  mi voltai i scatto in preda alla paura ma vidi una bambina, in una lunga veste, tendermi la mano;
con candore mi diede un benvenuto che mi suonò familiare sul sentiero del bosco e mi invitò a seguirla.

-Ti condurrò dalle madri- disse.
Il cielo si rasserenò e la luna, ora grande e luminosa illuminava generosamente i nostri passi.
Persi la cognizione del tempo mentre la ascoltavo: una voce docile e delicata che intonava gli antichi canti.



Ricordo solo che quando giungemmo al rifugio nonostante tutto non mi sentivo poi così stanca.
La bambina mi sorrise, aveva grandi occhi scuri profondi, saltellò sul vialetto, batté tre colpi all'uscio e aprì la porta con slancio poi con entusiasmo mi annunciò: -l'ho trovata. Si era persa a un certo punto del sentiero-
Le madri sorrisero e mi fecero segno di sedere nel circolo attorno al fuoco.
Obbedì e come mi appoggiai sulla sedia fui avvolta e rinvigorita dall'energia delle altre donne del cerchio.
La sofferenza del viaggio per arrivare era già diventata un ricordo lontano .
La più anziana si protese verso di me per domandarmi con la sua voce graffiante:

-Che notizie ci porti dal mondo fuori?-
- Le cose non sono migliorate madre. Muri fra le persone e cemento sugli alberi.-
il suo sguardo divenne triste.
- Che ne è dell'umanità dunque?-
- una ferita sanguinante che nessun* vuole vedere. - risposi abbassando gli occhi.
- Ci sono molti individui ma pochi legami-
- E' molto amaro ciò che racconti- riprese a tessere la lana che aveva sul grembo: -e dimmi ti capita spesso di illuderti?-
- sempre, continuamente. Credo anzi di essermi affezionata alle mie illusioni.-
contrasse le spalle e incupì lo sguardo a questa mia risposta.
- capisco che aiutino a vivere meglio ma devi stare attenta. Ogni illusione comporta una disillusione. La stessa energia che concedi all'illusione si trasformerà poi in disillusione.-
- l'alchimia della vita.- feci per concludere
- No- affermò solerte- non fare confusione.- redarguì- La magia serve a celebrare i momenti reali e propizi della natura, onoriamo la luna e le piante nell'apogeo dei loro cicli.- e aggiunse, scandendo lentamente le parole- non a consolidare fantasie mentali fini a se stesse-
Rimasi in silenzio.
La seconda madre, dai lunghi capelli argentei, mi allungo un po' di lana e mi spronò a tessere con lei
.
- Guarda questo filo:dal lavorio della mia mano, dall'ispirazione del mio spirito e dalla perseveranza del mio agire, si trasforma in tessuto.-
alzò al centro del cerchio il filato su cui stava lavorando: aveva colori cangianti e splendidi motivi.

Fui rapita dalla contemplazione per qualche istante poi mi accorsi bruscamente di come mi stava fissando insistentemente la madre, come ricambiai lo sguardo domandò:- ora stavi apprezzando la qualità estetica di questo tessuto vero?-
annuì,
e lei compiacente continuò : - ciò che devi avere sempre presente è che si potrebbe spezzare ben facilmente un filo ma il tessuto rimane saldo.-
Mi chiusi nelle spalle,
lei continuò: -Intreccio e legami creano forza e stabilità. Sono differenti i fili che compongono il tessuto- increspò lievemente le labbra- la scelta è fondamentale: a volte un bel colore non ha una buona resistenza e altre volte una consistenza troppo grezza rende brutto l'intreccio.-
- occorre avere mani esperte per tessere legami forti- commentai
- no, guarda i suoi lavori- e mi indicò splendidi arazzi appesi alla parete.

-meravigliosi- riconobbi- chi li ha fatti?-
- la piccola-
Cercai nella stanza la bambina che mi aveva accompagnato al cerchio e la vidi addormentata su un piccolo sofà dietro di me.
Mi parve incredibile che quelle piccole mani potessero creare stoffe così pregevoli.
La madre dai lunghi capelli argentei sussurrò: - sai, io ho molta esperienza ma a volte nonostante i miei anni e le mie cure sbaglio nello scegliere un filo-
allora chiesi: - Se non è questione di essere esperte, di cosa si tratta?
Rispose sorridendo- si tratta della connessione fra il cuore e le mani: l'attitudine più preziosa dell'essere umano-

La terza madre, aveva la corporatura di matrona, da principio mi era parsa più arcigna ma cambiai idea all'istante quando prese la parola e con una straordinaria dolcezza mi interrogò :- Hai trovato quello che cercavi?-
- Non ancora ma ho capito in quale direzione si trova-
- e allora vai, e tieni gli occhi aperti perché quando troverai ciò che cerchi dovrai chiuderli.-
non capivo ma lei continuò
- questa sera abbiamo mandato la bambina a cercarti perché i tuoi occhi erano chiusi e li hai aperti qui. Avevi bisogno di questo nell'apogeo del tuo ciclo e abbiamo usato la magia: sai che significa che si è aperto il portale e le regole sono state invertite. Guarda nel profondo e torna a queste parole quando ti senti persa perché sappiamo tutte come sia frustrante nel regno della superficie essere coerenti alla rotta verso le stelle quando hai a che fare con una moltitudine che naviga a vista -
Chiusi le mani nella preghiera sentendo nel profondo la gratitudine per le parole curative che avevo ascoltato, medicina che alleviava il dolore della mia malattia terreste.

Guardai le madri, i loro occhi fieri, accarezzai la testa della bambina addormentata su un piccolo sofà dietro di me.
- Namaste Madri. Grazie per questo sogno-

aprì gli occhi e rimasi ancora a lungo distesa sul letto da dove potevo osservare, dalla finestra, il candore della neve nella mattina del giorno che si affacciava.


Benedetta sia la luna piena,
S

giovedì 31 agosto 2017

La fata, l'ospite e il raziocinio

Era una notte di luna crescente; un quarto esatto.


Molto, ma molto, gialla era la luce della falce che illuminava in maniera sinistra, quasi spettrale, la vegetazione ed era incredibilmente vicina alla Terra.
Aveva qualcosa di estremamente inquietante il buio del bosco.
Mentre era intenta, come ogni sera, a scrutare il cielo per leggere i presagi dalle costellazioni, alla fata cadde qualcosa addosso.

Piovve sul prato di casa,
nella serata fredda,
con una certa sofficità.
Sembrava Tristezza…
ma non posso dirlo con sicurezza.

Occorreva onorare quell'incontro.
Come da legge nel mondo incantato vi è il dovere di far accomodare ogni ospite.
Fu così che l'ospite fu condotto nel salotto buono del giaciglio, tra le fronde del salice piangente; 


come si sedette sul sofà cominciò a raccontarsi quasi logorroicamente alla fata che nel frattanto gli stava preparato un infuso di equiseto.

Si scambiarono intense storie nostalgiche e melanconiche sorseggiando la tisana fumante, fino a quando calò il silenzio nel soggiorno e si ritrovarono a fissare la fiamma della candela che sussultava al passaggio del vento.

Chiese l'ospite: -Sei nata a primavera?-
La fata annuì sorridendo.
E continuò – sai io costruivo aquiloni… ne facevo di molti colori con lunghe code che si agitavano nell'aria…-
lasciò la frase sospesa ma nonostante la curiosità, la fata non volle fare domande perché sapeva di ferita quella frase e lei non aveva rimedi pronti.
Tuttalpiù che ad un tratto si aprì bruscamente l'uscio della casetta e fece irruzione nella sala, agghindato con uno smoking che lo faceva assomigliare buffamente a un pinguino, il Raziocinio.
Prese subito la parola, sicuro e a suo agio nel giaciglio, gesticolava copiosamente mentre con voce grossa dissertava sulle valutazioni in termini di prezzo.

La sua tesi sosteneva con enfasi che il prezzo era alla base della capacità di equilibrio del mondo intero, e anche di quello interno, che altro non era che una valutazione.
La fata e l'ospite parvero divertite da quella che pareva loro tanta assurdità.
Non stavano veramente capendo di cosa stesse parlando.
Avevano quindi quello sguardo incredulo di chi si sente proiettato in un universo semantico straniero ma Raziocinio, lui presuntuoso, si offese.
Sorrise con strafottenza e continuò: “L' abilità fondamentale mie care, è sapere disporre i bilanci” asserì “ ma voi, che vi beffate dei miei moniti e vivete di parole spese in sogni come potete pensare di sopravvivere al mondo fuori da questo giaciglio?”
Parvero parole macabre alla fata, che ebbe un brivido di freddo.
L'ospite intanto si era fatta più vicina, con ingenuità, piccola e docile, le stringeva forte la mano… aveva occhi lucidi.

Suonò un allarme pulsante, bip da tasti, crash di sistema.
Altro non era che la sirena del cinismo.
Da lì al ritrovarsi nell'oscurità era stato un attimo.

La fata fu legata talmente velocemente che non ebbe nemmeno il tempo di rendersi conto di cosa stava avvenendo. Sentì solo i legacci attorno ai polsi che la stringevano.

La voce del Raziocinio si era fatta ancora più impetuosa, forse infastidito dal buio della stanza.
Accusava, giudicava.
La fata provava a sciogliere le mani ma non riusciva, tentò di aprire le ali ma erano pesanti. Come fossero incollate.
Udì la voce dell'ospite sussurrarle: -non ti preoccupare, andrà tutto bene.-
La fata stava usando tutta la magia di cui era capace per controllare la sua mente e non cadere nelle trappole della paura e dell'angoscia che l'avrebbero mangiata da dentro se solo lei avesse concesso loro il minimo spazio.

Fece un respiro profondo e con voce decisa, senza alcuna esitazione, ordinò risolutamente: -slegatemi i polsi.-
L'ospite le era ancora vicino e di nuovo le sussurrò all'orecchio: -non ti preoccupare, andrà tutto bene.-
Fece una pausa che sembrò eterna e poi prese a legarle la vita.
- te l'ho detto che sapevo costruire aquiloni meravigliosi, vedrai come ti sentirai bene quando il vento ti solleverà-
la fata irrigidendo il tono controbatté: - sono nata con le ali, conosco i venti e le correnti. Volare è una faccenda di libertà. Non di costruzione.-
l'ospite si fermò. Raziocinio era riuscito a riaccendere la candela.
Con il lume in mano, a distanza di pochi passi dai due, fissò l'ospite ed esortò:
- non vi sono paragoni di prezzo, non esiste nemmeno il mondo se non si gode di libertà. Slegale i polsi-
l'ospite tremava, aveva la schiena curva e con fare febbricitante tentò di scusarsi: - io volevo solo farti sperimentare una cosa unica: la maniera più stabile e sicura di volare-
- ma non hai chiesto se lo volevo- accusò la fata, mentre con enorme sforzo si accingeva ad aprire le ali pesanti.
- slegami i polsi-
e così, finalmente, fece l'ospite.
Una volta liberata, la fata condusse lo condusse alla porta.
La notte era davvero buia e un velo di nebbia li circondava quando si salutarono.
L'ospite accigliato, e con occhi bassi disse solo: -non era mia intenzione farti del male-
- Forse non era la tua intenzione, ma la tua azione lo era sicuramente. Per fortuna non sei riuscito nel tuo intento e non abbiamo nulla di che rammaricarci. Hai bisogno di altro prima di andartene? -
- del tuo perdono.-
- Ti è concesso, ma questo non mi farà dimenticare. Va per la tua strada. Ti auguro il bene ed imparare ad apprezzare il tempio che è la natura.-
Gli volse le spalle. Rientrò in casa e chiuse l'uscio.

Raziocinio era ancora lì.


- hai imparato una bella lezione questa sera-
- tu no evidentemente se sei qui a farmi il sermone- rispose scrollandosi le spalle con un po' di stizza, la fata.
- hai rischiato grosso-
- e tu non hai rischiato niente?-
- che ragionamenti assurdi che fai-
- sono stanca…- disse la fata e dopo un lungo sospiro continuò – ti ringrazio per l'aiuto ma ora vorrei riposare.-
- va bene, me ne vado- disse il raziocinio – ma dimmi solo una cosa, chi era?-
- non lo so con esattezza…- si appoggiò il volto fra le mani- ho riconosciuto il demone del fallimento o forse era lo spettro della tristezza. Che differenza fa? Chi mai potrebbe credere di volare appeso a un filo? Solo un nemico-
Si addolcì Raziocinio, le accarezzò una guancia.

- Buonanotte creatura libera- e la lasciò così com'era, con la testa fra le mani e spossata sul piccolo sofà del giaciglio tra le fronde del salice piangente.
Lei si addormentò in breve tempo, ma dei sogni che fece ve ne narrerò in un altro racconto. 

 

sabato 6 maggio 2017

l'incontro nella notte

Dove andavo nella notte?
Dove caspita stavo andando?
Ero come rapita. Seguivo i miei passi in automatico, uno dietro l'altro.
A un certo punto della notte avevo solo sentito necessario il camminare e così mi ero avviata nel bosco.
 All our running ahead
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Era piovuto, la strada era bagnata e aveva un'odore acre di terriccio, quasi nauseabondo.
Io avanzavo in silenzio per sentire il fruscio delle foglie che si accartocciavano sotto i miei piedi, volevo essere sicura di fare attenzione a ciò che pestavo, a cogliere ogni particolare del suono. Solo questa attenzione riusciva a farmi dare un senso al mio essere su quel sentiero in quella notte di luna crescente. L'attenzione mi rendeva tranquilla. L'aria frizzante e gelata, respiro del vento, mi gonfiava i polmoni e il cuore tamburellava al chiarore della pallida falce nel cielo.
Al centro di una radura sulla quale si apriva il mio sentiero, scorsi una figura dalle ampie vesti bianche e il capo chino su una roccia.

Mi avvicinai sussurrando il canto delle madri affinché non si spaventasse
Sono una donna della terra,
danzo con la luce della luna
la divinità è viva in me
danzo nell'universo
la mia allegria è una medicina
Sono una bambina selvaggia
innocente libera e selvatica
ho tutte le età
le mie antenate sono vive in me
Sono sorella delle nuvole
so solo condividere
so che tutto è di tutti
e che tutto è vivo in me
Il mio cuore è una stella
viaggio a bordo del mio spirito
sono figlia della terra.


Rimasi alle sue spalle fintanto che non terminai il canto, e quella tamburellava a ritmo le dita sulla pietra.
    -danzo nell'universo e la mia allegria è una medicina- cantai ancora una volta, mentre con una piroetta mi portai davanti alla creatura.
    Quella alzò il capo dalla pietra e ridemmo insieme timidamente poi repentinamente, come cambia la pioggia dal sole nelle giornate di primavera a Finisterre, le si rabbuiò il volto e senza guardare,come nell'ovatta della nebbia, mi chiese di andarmene.
    risposi- ho fatto molta strada per arrivare fin qui-
    - perché sei venuta tanto lontano?- ribatté
    - mi ci hanno portato i miei piedi e le mie orecchie curiose del suono delle foglie calpestate-
    le sue dita disegnavano rune sulla pietra
    - non credi che sia abbastanza?-
    - che cosa? La curiosità?-
    -certamente, la curiosità è un eterno partire… dico non ne hai abbastanza? Pensi mai a come ci si deve sentire arrivati?
    - dimmelo tu se vuoi togliermi questa curiosità.-
    - perché credi che abbia la risposta?-
    - in effetti fai solo domande ma forse le tue rune suggeriscono se non risposte, interpretazioni.-
    - Non è così. Guarda la luna. Solo lei suggerisce interpretazioni.-





La sua voce mi sembrava stanca così l'invitai in casa a bere una tisana di betulla e verbena per ristorarsi.
Mi seguì senza troppo entusiasmo e una volta entrate, sedette a gambe incrociate sul pavimento di legno.
Imbronciando il volto mi disse: -C'è solo da imparare nel lento esercizio del masticare giorni tutti uguali. 
Persi lo slancio fissando l'orizzonte e ora le ali pesano curvandomi la schiena-

cercai di consolarla: -Imparerai ad aggomitolarti e le ali ti riscalderanno; saranno la tua protezione-
-eppure per camminare sono un peso morto- constatò risolutamente e alzandosi concluse: -io non le voglio se non posso più volare-.
Si avviò verso il tavolo. Estrasse un coltello dal cassetto e me lo porse con decisione.
- ora aiutami a camminare leggero.-
Rabbrividì per la richiesta.
Eppure era così deciso il suo sguardo, evidenza della chiarezza delle sue idee,
che non ebbi la forza per contraddire.
Afferrai il coltello mentre deglutivo saliva amarissima. Come se la febbre mi fosse piombata addosso all'improvviso tremavo clamorosamente e respiravo a fatica.



L'angelo si avvicinò e mi guardò dritto negli occhi.
Vidi lunghi sentieri ombreggiati da enormi gelsomini. Mi parve di poterne sentire il profumo.
La creatura mi strinse fra le braccia e fui completamente pervasa dal piacere dell'abbraccio.
Sorrisi allora e lascia che si voltasse.
Iniziai a recidere le ali dalla base delle spalle.
Piangeva. L'angelo piangeva, non si voleva fare udire e tratteneva i singhiozzi stoicamente ma potevo vedere le sue mani  insanguinate dalla stretta morsa dei suoi denti, che somatizzavano le grida di dolore che avrebbe voluto lanciare.
Eppure non chiese mai, nemmeno per un momento, di fermarmi.
Non so quanto tempo passò. La mia percezione era totalmente assoggettata alla concentrazione sul taglio di quei tessuti di carne. Quando finii e finalmente riuscì a staccare le ali dalla sua schiena saturai le ferite con il fuoco.
Ormai non più angelo ma umano con grandi cicatrici sulla schiena, si addormentò o più probabilmente aveva perso i sensi.
Ci mise molti giorni per riprendersi ma infine una mattina risvegliandosi mi chiese di riaccompagnarlo nel bosco così capii che era guarito.
Partimmo che era ancora presto e l'erba coperta di brina.
Sul sentiero, lui camminava con eleganza. I suoi passi erano leggeri e toccavano soavemente la terra.
Ci fermammo davanti al fiume e meditammo.
Quando il silenzio si fece intenso sentì chiaramente la sua voce, suonò come fosse una carezza.
 Disse solo: -sono arrivata.-
Aprì gli occhi d'istinto e osservai lo spazio naturale attorno a me.
L'angelo non c'era più.
Ascoltai il fiume per un po' e ripensai alle parole che ci eravamo scambiate quando ci incontrammo: "a come ci si deve sentire arrivati e alla curiosità che è un eterno partire".
Ora la sapevo arrivata ed io ripartivo.

Mi alzai e sussurrando il canto del circolo ritornai a casa


Simicca, 
dal bosco delle idee incantante
dove ogni albero è un racconto

lunedì 13 febbraio 2017

***Il pesce Valentino non sapeva cosa fosse l'acqua***

Non molto tempo fa, tra le schiume delle onde dell'oceano, in una insenatura della barriera corallina viveva felicemente un piccolo pesciolino rosso di nome Valentino.
Aveva pinne dai colori tanto sgargianti e viveva quieto giornate sempre uguali, senza tanti pensieri e senza molte preoccupazioni.
Il pesciolino non aveva idea di cosa fosse l'acqua ma sapeva benissimo che la rete era qualcosa di malvagio e di sbagliato.
Un giorno,venne alla spiaggia, arrivando da terre molto lontane, un bellissimo toro che era riuscito a sfuggire alle atrocità degli uomini che lo obbligavano alla corrida.

L'animale era assetato ma sapeva bene che non poteva bere l'acqua salata dell'oceano.
Mentre ammirava le acque trasparenti e il moto sensuale delle onde il suo sguardo fu catturato dalle brillanti squame del piccolo pesce. Al toro parve di vedere il rosso più rosso che mai prima di tale momento, neppure negli istanti più ispirati della sua vita intensa, fosse mai  riuscito ad immaginare. Rapito da cotanta pienezza di colore mise una zampa in acqua e poi l'altra per avviarsi lentamente nella direzione del pesce Valentino.
Quest'ultimo da parte sua rimase pietrificato dalla vista del colosso che marciava verso di lui e non gli riuscì di muoversi.
Il toro avanzò fintanto che ebbe l'acqua alla gola e si ricordo chiaramente che alla sua specie non era dato il talento del nuoto.
Proprio quando l'acqua finì per arrivargli alle narici si trovò davanti al pesce rosso. Questi vedendo davanti a se le zampe del toro e i peli di queste librarsi leggeri nell'acqua, come le alghe che tanto gli piacevano, gli si avvicinò e iniziò a strofinarsi contro.
Il pelo nero e lucido del toro gli risultò morbido e godeva molto della sensazione data dallo strofinamento
Stettero così a lungo, nell'acqua, il toro e il pesce rosso contenti della loro vicinanza e della coccola che questa rappresentava nella loro vita di solitudine.
Ad un centro punto il toro non poté più resistere: l'acqua salata gli rattrappiva la pelle e aveva una terribile sete così si diresse verso riva.
Il pesce, si fece al suo fianco e lo seguì. Aveva gli occhi a cuoricino ancora più brillanti delle sue pinne dal colore vivace e sgargiante.
Quando giunsero alla terra, Valentino si trovò tutt'a un tratto sdraiato boccheggiante sulla riva ed ebbe chiara la comprensione dell'elemento 'acqua'.
Il toro vedendolo sofferente con il muso, delicatamente, spinse il pesce in acqua per salvarlo dall'asfissia.
I due rimasero a fissarsi increduli perché accesi dal desiderio ma distrutti dalla disillusione data dalle reali possibilità di spartire la vita assieme. Videro una borsa di plastica, stracciata e corrosa dal logorio della corrente del mare che tuttavia conservava un fondo piuttosto integro. Il toro ne prese i manici fra i denti la riempì d'acqua, per quello che la capienza della sporta consentiva, e invitò il pesciolino rosso a saltarvici dentro. Questo esitò non poco ma negli occhi profondi del toro trovò l'ispirazione per lo slancio e saltò nella borsa di plastica biodegradabile che aveva tutta l'apparenza di una rete.

Si udì in quel momento nel soffiare del vento come il suono di un canto femminile: era la voce Ochun, la dea dell'amore, che proprio in quel momento stava viaggiando per tornare al fiume, sua dimora, dopo essere stata a visitare la madre Yemeyà nel suo regno di Oceano.




Vide la scena di un toro che stringeva frai denti una sportina sbrandellata nel cui fondo si adagiava scomodamente un pesce dalle brillanti squame rosse, con occhi a cuoricino. Sorpresa da tanta tenerezza , Ochun fu colta dalla compassione per le due creature ed agitò il suo ventaglio tempestato di perle sopra i due che si trasformarono all'istante in uccelli magnifici.
Spiccarono il volo con grande slancio, entusiasti delle nuove spoglie e si allontanarono nel tramonto del tropico per giungere a una palma dove costruirono il nido e vissero per sempre felici e contenti.

Morale: l'amore è scomodità perché obbliga il proprio ego ad andare oltre le esigenze del se, vincola allo sforzo nell'ottica dell'altro, rimane individualmente inadeguato fintanto che non incontra la magia che trasforma le sostanze e le forme.
L'amore si libera quindi attraverso la magia.

Altri finali a scelta :

- pessimista: il toro annegava o il pesciolino moriva asfissiato.
- catastrofico: muoiono entrambi
- realista: se ne facevano una ragione ed ognuno se ne andava per la sua strada

Ho scelto il finale romantico perché sono una delle tante vittime degli stereotipi disneyani d'infanzia, che con tutti quei lieto fine del cazzo, hanno fottuto il cervello alla mia generazione, ma almeno c'è un che di misterico nell'intercedere della Dea e i riferimenti mitologici, da sempre, fanno da panacea al malessere esistenziale.


Ordunque si tratta di un ulteriore, dozzinale esulto di follia poiché la follia si è oramai affermata come attitudine esistenziale fondamentale per essere senziente.
Perché se non  folle, le probabilità che i disturbi siano peggiori, sono molto alte.

Rincuoriamoci: -La costruzione di un amore spezza la schiena- scrisse, con molta struggenza, Fossati.
Ne cantò una delle versioni più belle Mia Martini, sua travagliatissima amante.



L' anti-morale della favola del pesce Valentino è evidente: l'amore è una favola che si può solo raccontare.
Se dobbiamo considerare pragmaticamente l'amore, in termini di funzionalità della coppia, occorre riconoscere il lavorio di anime che tessono assieme la vita


Il telaio di Anna Segre:
Non è vero:
Finché morte non ci separi.
La morte non separa.
E la vita non unisce
Per definizione.
Etichettare appiattisce
Fino alla bidimensione
Non è vero che il tempo
Cura tutto:
Ci sono sofferenze
Incurabili
Che si ripresentano ciclicamente
alla coscienza
Febbri malariche,
Pezzi di legno che affiorano
Imprevedibilmente
Dopo l'affondamento.
Non è vero che tutto è relativo:
Se fai del male o subisci un male
Ciò ha un valore assoluto
Un'infinità di carbonio 14
Che ci mette ère a decadere
E pesa più della buona volontà
Dell'ottima fede
E di tutti i non pensavo
Non credevo
Non sapevo.
L'universo si smaglia
Perché il male tira i fili
Mentre il bene
Si ostina a tessere.


Buon San Valentino care anime,
che siate pesci, toro o uccelli
quel che più importa è che vi diate da fare per tessere.
Vi auguro di trascorrere amorevolmente questa giornata, con la persona che avete al vostro fianco o pensando a quella che sicuramente incontrerete nel cammino poiché siamo fatt* per amare ed essere amat*.



Se proprio non vi prende bene
 beh, trovate un'escamotage!
Al  BGF, per esempio c'è del rum cubano e  goyaba.

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Io non lo so se ha ragione chi dice che ho visto troppi film,
so solo che lo dice perché non sa quanti libri ho letto.
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Con benedizione,

Simicca dal nido biogrinfolovoso

martedì 25 ottobre 2016

Sezioni di albero

"Madre un grande albero è stato sezionato…mi ha impressionato guardare l'ampiezza delle sue venature, dal tronco reciso".


"Pare fosse marcio e mi sono domandata come poteva mantenere la sua statura per ergersi verso il cielo ed avere putrefazione al suo interno”.



“E' un legge importante da apprendere figlia mia: Ogni cosa cresce fin tanto che gli è consentito. I limiti sono fondamentali,  spesso sono gli eventi a decretarli,  è importante saperli riconoscere e accettarli per quello che sono.


Focalizzai l'immagine delle sezioni dell'albero e subito mi venne in mente il cemento... le sue radici erano sotto al cemento; evidentemente doveva averlo soffocato lentamente nell'agonia. E i rami? Che dire dei rami? le loro molteplici foglie, esposte ai livelli di Pm10 aberranti della Pianura Padana, avevano mai gioito nel processo di fotosintesi?
Scossi la testa e ne conclusi: “Madre che mondo angusto che ho attorno”

Con delicatezza mi accarezzò una guancia
“ ed è per questo che tu e le tue sorelle siete qua: per renderlo migliore, ma quando succederà che vi colpiscano siate come il cedro che profuma l'ascia che lo abbatte”






venerdì 10 giugno 2016

Colloqui con la divinità femminile

-Ti ho cercata Grande Madre, ho dormito a lungo ma non vi era nitidezza nei miei sogni.
- E' perché hai cercato nel sogno e non nella realtà, figlia.




- Ho tentato di essere reale ma non ero mai adeguata.
- Questo non ti ha fermata.
- Avrei dovuto fermarmi?
- Cosa ti ha fatto andare avanti?
- La voglia di rompere le prassi e i condizionamenti scrivendo dei versi così potenti che una mia poesia attaccata a un vetro avrebbe dovuto farlo infrangere in mille pezzi.
- I condizionamenti e le prassi sono una sorte di protezione che si usa per non essere ferite e tu invece lanci sfide. Perché ?
- E' dalle cicatrici delle ferite che si vede la forza, mi hai insegnato tu .
- Quanta presunzione, figlia.
- E' il carattere che mi hai dato, Madre.
Rimase in silenzio guardandomi stupita, 



poi mi strinse i polsi e guardandomi negli occhi mi disse:
- In questo mondo cosi sbagliato ti sei adeguata a usare la forza della rabbia. E' un condizionamento pessimo eredità della società patriarcale e maschilista. No, non è davvero ciò che ti ho insegnato io.

Sospirai perché, come sempre, aveva aveva ragione lei.
Non tentai nemmeno di trovare delle scuse ma abbassai la testa e sospirai:
- riconosco l'intensità e la frustrazione causata dal mio ego provocatorio e diretto.

Mollò la presa, mi indicò il cielo:
- Danzare, ridere, camminare a piedi nudi nei boschi e amare incondizionatamente, questo è il potere femminile che dovrai fare crescere per portare la luminosità delle stelle nella vita reale.
Concentrati nell'espandere il tuo essere, riconosciti negli elementi e non frapporre la tua identità al mio disegno. L'essenza dell'essere non è identità ma è anima.





- ci sono situazioni che mi mettono in soggezione
- affrontale
- mi sfuggono
- lascia andare allora. La bramosia e l'insistenza sono caratteristiche identitarie. Spogliatene e vivi leggera.
- non mi è facile
- nulla lo è mai stato bambina mia, sopratutto crescere non è facile ma non per questo puoi coltivare il tuo lato capriccioso. Sai di essere in grado di migliorarti. Fallo.
- ci proverò.
- Come ci proverai?
- rasenterò l'eccellenza
- bada di non cadere nella superbia
-Mi sembra più facile il rischio di cadere nell'autocommiserazione, che nella superbia
-sono le due facce dello stesso nemico: il giudizio. Emancipati dal tuo giudice interiore e sarai libera e felice.

L'alba iniziava a palesarsi nel cielo di giugno così la Grande Madre raccolse il suo cesto e il suo bastone propiziatorio. Mi baciò sulla fronte e si accomiatò benedicendo il giorno che nasceva e liberandomi dal passato.



mercoledì 13 aprile 2016

La bambina del ponte





Fu in una notte d'inverno credo, o forse era solo verso sera, che una bambina con le trecce bionde,
(che disse di venire dalle lande perdute del Nord),
prese per il braccio l'uomo che incrociava il suo sentiero.
Strattonandolo gli chiese: “sai chi sei?”
Lui rimase interdetto da principio ma poi rispose:
“non è una domanda che mi sono mai posto”
lei sorrise timidamente mentre tentava di nascondere un certo imbarazzo.
“le domande se le fa solo chi ha il coraggio di trovare le risposte” pensò lei ma rilanciò il dialogo:
“sei felice della tua vita senza domande importanti e senza risposte precise?”
lui risposte “io non ho cuore e provo indifferenza”

La bambina sentì l'ululare del vento e il gelo dentro al suo corpo.
“Ho freddo, puoi abbracciarmi?” gli chiese
Lui rispose: “sentiresti solo più freddo”

La bambina sgranò gli occhi, pestò i piedi e urlò:
“ Guarda la campagna che ci circonda , guarda le stelle e ascolta le cicale… è meraviglioso.
Come puoi non provare niente?”

Lui, distaccato: “è utile provare tanto?”
la bambina era sempre più infreddolita e le parole le uscivano a stento: “è abbastanza utile per dare significato ai miei giorni” e se andò.


mercoledì 6 aprile 2016

Sogni sciamanici

Prima della luna nuova di aprile incontrai in sogno la mia sciamana,
il mio totem elementale, la danzatrice della rosa dei venti,
aveva gli occhi chiusi quando mi strinse le spalle, poi li aprì e mi guardò intensamente così io vidi il mio abisso.









Mi chiese: -sei irrequieta figlia della Grande Dea, cosa ti turba?-
-Un incantesimo- risposi
-Hai cercato di scioglierlo?-
-È magia nera e nulla può la mia celeste.-
-Parole scritte?-
-Si, purtroppo. Parole di ira e di rabbia.
 Ho provato a bruciarle, le ho affidate alla corrente del fiume e le ho sepolte sotto la terra di alti alberi  ma non ho attenuato il loro potere.-
-Fino dove eri disposta ad arrivare?-
-Sono arrivata alla fine del mondo e trovato solo la mia malinconia.-
- ti sei esercitata ad annichilire l'ego?
- si, a lungo seduta davanti alle Alpi mi sono ripetuta “ non sei nessuno”
- Quindi non era l'ego ad essere danneggiato?
- no era l'intuizione
- le parole sono sacre e la loro magia muove le correnti astrali.-

Sopirò, e con voce leggera mi disse:

-vivi in un mondo artificiale e in questo che chiamate realtà troppi esseri sono solo l'evoluzione di una scimmia.  La sensibilità degli esseri di emanazione divina sarà sempre urtata dallo squallore del conformismo, ma ciononostante le vibrazioni positive della mente profondamente rivolta al bene hanno uno straordinario potere creativo che può e deve cambiare il mondo.
-Sono stanca maestra, cado sempre in piedi ma mi fanno male le ginocchia.
-Educa la mente a non sentire il corpo e battiti con forza per il bene e per l'amore

mentre si stava dissolvendo le chiesi ancora:
- e con l'incantesimo cosa devo fare?
- guardati bene dall'avvicinarti a chi, troppo spesso anche inconsapevolmente, gioca con la magia nera perché non puoi assolutamente permetterti di essere debole.
Sii luce per chi vuole riflettere luce, regala generosità a chi sa accettare il dono e la responsabilità dello stare al mondo, trova in te stessa il tuo centro e negli altri lo specchio in cui riconoscerti.
- non c'è soluzione quindi?
- è che il problema che non è il tuo perché non sei stata tu a lanciare l'incantesimo e quindi no, non puoi escogitare nessuna soluzione.